Dal Modello organizzativo 231 alla cultura d’impresa

Effettua la tua ricerca

More results...

Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Post Type Selectors
Filter by Categories
#finsubito
Abruzzo
Agevolazioni
Agrigento
Alessandria
Ancona
Aosta
Arezzo
Ascoli-Piceno
Aste L'Aquila
Asti
Avellino
Bari
Barletta-Andria-Trani
Basilicata
Belluno
Benevento
Bergamo
Biella
Bologna
Bolzano
Brescia
Brindisi
Cagliari
Calabria
Caltanissetta
Campania
Campobasso
Carbonia Iglesias
Caserta
Catania
Catanzaro
Chieti
Como
Cremona
Crotone
Cuneo
Emilia-Romagna
Enna
Ferrara
Firenze
Foggia
Forli-Cesena
Friuli-Venezia Giulia
frosinone
Genova
Gorizia
Grosseto
Imperia
Isernia
Italia
La-Spezia
Latina
Lazio
Lecce
Lecco
Liguria
Livorno
Lodi
Lombardia
Lucca
Macerata
Mantova
Marche
Massa-Carrara
Matera
Messina
Milano
Modena
Molise
Monza-Brianza
Napoli
Novara
Nuoro
Olbia Tempio
Oristano
Padova
Palermo
Parma
Pavia
Perugia
Pesaro-Urbino
Pescara
Piacenza
Piemonte
Pisa
Pistoia
Pordenone
Potenza
Prato
Puglia
Ragusa
Ravenna
Reggio-Calabria
Reggio-Emilia
Rieti
Rimini
Roma
Rovigo
Salerno
Sardegna
Sassari
Savona
Sicilia
Siena
Siracusa
Sondrio
Sud sardegna
Taranto
Teramo
Terni
Torino
Toscana
Trapani
Trentino-Alto Adige
Trento
Treviso
Trieste
Udine
Umbria
Valle d'Aosta
Varese
Veneto
Venezia
Verbania
Vercelli
Verona
Vibo-Valentia
Vicenza
Viterbo


Quanto conta l’esperienza dei Modelli 231 nella costruzione di una vera cultura della responsabilità aziendale?

Negli ultimi venticinque anni, le imprese hanno imparato a conoscere la Responsabilità Sociale d’impresa (CSR – Corporate Social Responsibility), anche attraverso strumenti come il Modello organizzativo 231 e l’Organismo di Vigilanza. 

Questo sistema ha introdotto regole e procedure per garantire legalità, trasparenza e tracciabilità delle decisioni. Ma il Modello organizzativo 231 funziona solo se riflette davvero l’organizzazione: non basta avere un codice etico, serve che rispecchi i valori concreti dell’azienda.

Dal Modello organizzativo 231 al Bilancio di sostenibilità: l’evoluzione della governance

Oggi il Bilancio di sostenibilità, fondato sui tre principi ESG (Environmental, Social, Governance), affianca e rafforza il Modello organizzativo 231.

Con le nuove regole europee – in particolare la Direttiva UE 2022/2464 (CSRD) e il Regolamento UE 2023/2772 che introduce gli ESRS (European Sustainability Reporting Standards) – il codice etico acquista un nuovo ruolo. Non è più solo un documento interno per fare evidenza all’implementazione e controllo del Modello organizzativo 231, ma un elemento chiave del reporting di sostenibilità richiesto a livello europeo.

Il nuovo obbligo di Due Diligence: tutela di diritti umani e ambiente

In questo contesto il 5 luglio 2024 è stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea anche la Direttiva UE 2024/1760 relativa al dovere di diligenza delle imprese ai fini della sostenibilità, che modifica la direttiva (UE) 2019/1937 ed il regolamento (UE) 2023/2859.

Questa normativa chiede alle imprese – soprattutto grandi gruppi – di adottare procedure di due diligence per prevenire impatti negativi su ambiente e diritti umani, obiettivi riconducibili sempre ai principi ESG. Un passo in avanti verso una governance più responsabile, che va oltre il perimetro dei reati del Modello organizzativo 231.

Quali sono gli obiettivi della Direttiva?

L’obiettivo è quello di garantire chiarezza nei confronti degli azionisti e degli investitori sui risultati economici ma anche nei confronti di tutti gli stakeholder (lavoratori, comunità di riferimento, clienti, fornitori, consumatori finali).

Le imprese cui è rivolta la Direttiva (grandi gruppi e imprese di grandi dimensioni) sono tenute ad integrare la due diligence nelle loro politiche e sistemi di gestione dei rischi, identificando e valutando gli impatti negativi effettivi o potenziali delle condotte rilevanti al fine di prevenirli o attenuarli, monitorando infine l’efficacia delle misure adottate. 

Sebbene le PMI non siano direttamente soggette agli obblighi, possono essere coinvolte come partner commerciali della catena del valore delle grandi imprese ed in qualità di appaltatori o subappaltatori, nel rispetto di alcuni principi fondamentali quali: 

  • riduzione degli oneri finanziari o amministrativi che gravano sulle PMI; 
  • inutile duplicazione di adempimenti e di attività per le imprese già tenute alla redazione del Bilancio di sostenibilità (cfr. considerando n. 69 Dir. UE 2024/1760).

Perché si parla di Due Diligence?

La Direttiva UE 2024/1760 parla di due diligence perché introduce un obbligo strutturato finalizzato a identificare, dichiarare, prevenire, mitigare l’impatto negativo, reale o potenziale, sui diritti umani e sull’ambiente dell’azione dell’impresa, secondo tre direttrici che interessano:

  • la propria attività;
  • l’attività delle controllate;
  • l’attività dei partner lungo la catena del valore.

Un approccio basato sul rischio

L’approccio cui è ispirata la Direttiva è quello basato sul rischio, già conosciuto sia con il Modello organizzativo 231 sia da molte aziende (anche PMI) che già adottano su base volontaria molti degli strumenti di certificazione già presenti sul mercato. 

La Direttiva nel caso specifico dei diritti umani e dell’ambiente si ispira ai principi OCSE e alle linee guida ONU, ma li rende obbligatori per le grandi imprese includendo ad esempio:

  • La mappatura dei rischi ossia l’individuazione dei fattori di maggiore criticità lungo tutta la catena del valore;
  • L’implementazione del Codice etico in termini di policy chiare per obiettivi e responsabilità;
  • L’identificazione di misure concrete che siano di facile adozione per prevenire o mitigare impatti negativi derivanti dall’agire quotidiano;
  • Il monitoraggio continuo, ossia la valutazione concreta sul campo dell’efficacia delle azioni intraprese;
  • La comunicazione efficace ossia la trasparenza verso l’esterno (stakeholder, consumatori, investitori);
  • La tracciabilità dei rimedi, ossia l’identificazione ma anche l’adozione delle misure riparative in caso di violazioni gravi.

Oltre il Modello organizzativo 231

Oggi il Bilancio di Sostenibilità e il Modello organizzativo 231 non sono più separati. Entrambi puntano alla trasparenza dei comportamenti aziendali, ma con finalità diverse e ambiti più ampi, come dimostrano anche le nuove regole sul whistleblowing (D.Lgs. 24/2023) che non dipendono più solo dall’adozione del Modello organizzativo 231.

Il codice etico diventa il cuore della cultura d’impresa

Il codice etico diviene così il documento principale attraverso il quale è possibile dare conto in modo trasparente del comportamento dell’azienda a tutti i livelli, all’interno dell’organizzazione ed all’esterno, verso i partner commerciali e tutti gli stakeholder.

È lo strumento principale per dimostrare la coerenza tra valori dichiarati e azioni concrete, sia verso l’interno dell’organizzazione sia verso l’esterno. È un documento dinamico, da aggiornare costantemente, e da integrare nei modelli organizzativi, nei piani formativi e nei sistemi di controllo. 

I revisori di Bilancio di Sostenibilità potrebbero valutare quanto il codice etico sia davvero applicato.

 

Leggi anche:

Modello 231 e principi ESG: un binomio che presto diventerà inscindibile

Cultura della responsabilità: G di Governance



Source link

***** l’articolo pubblicato è ritenuto affidabile e di qualità*****

Visita il sito e gli articoli pubblicati cliccando sul seguente link

Source link