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Sulle lacune relative alle competenze in Europa si è espresso con un vasto corredo di dati statistici il Rapporto Draghi, che in esse vede una delle ragioni della scarsa crescita della produttività del lavoro alla base della diminuita competitività delle imprese negli ultimi decenni in Europa.
La comunicazione sull’Unione delle Competenze, pubblicata a inizio marzo 2025 dalla Commissione europea, è uno degli interventi già delineati nella Bussola della Competitività, il documento strategico uscito a fine gennaio 2025 che ha provato a tradurre in una strategia complessiva di mandato i suggerimenti provenienti dai Rapporti Draghi e Letta. Il programma di Unione delle Competenze va oltre il semplice focus sulle competenze digitali o verdi e mira a migliorare l’istruzione di alta qualità, la formazione e l’apprendimento continuo.
Il nodo della mancanza di competenze
In questo contesto, emerge che le imprese fanno fatica a trovare sul mercato i profili richiesti, con addirittura il 54% delle aziende europee che considera il problema uno dei più pressanti con i quali confrontarsi (per dire solo il 34% cita tra questi il peso della burocrazia).
In prospettiva, secondo Draghi (e ovviamente non solo), il sistema economico richiederà sempre di più altri tipi di competenze rispetto al passato (e al presente): tra queste, quelle digitali, verdi, specialistiche (in particolare quelle STEM, l’acronimo di science, technology, engineering, mathematic), assumeranno sempre più importanza le cosiddette soft skills o competenze trasversali e infine le competenze manageriali (di cui sono purtroppo deficitarie soprattutto le piccole e medie imprese). In generale, a livello di sistema e nelle singole organizzazioni, a partire dalle aziende, occorre mettere in cantiere programmi massivi di upskilling e reskilling.
Che cos’è l’upskilling e come si fa in azienda
L’upskilling è il processo di aggiornamento e potenziamento delle competenze dei dipendenti per rispondere alle nuove esigenze del mercato del lavoro e all’evoluzione tecnologica. In particolare, punta a migliorare le capacità per svolgere meglio le funzioni alle quali si è attualmente preposti. Se immaginato rispetto ai processi di trasformazione digitale e in particolare all’intelligenza artificiale (IA) bisognerebbe mettere il lavoratore in condizione di usare al meglio gli strumenti digitali e i tool di intelligenza artificiale per aumentare la produttività nella sua mansione corrente.
In azienda, l’upskilling si realizza attraverso piani di formazione continua, workshop, corsi online, coaching e mentoring. Fondamentale in azienda è l’analisi dei fabbisogni formativi e gap di competenze: capire quali skill mancano rispetto agli obiettivi aziendali consente di progettare interventi mirati. Peraltro, le tecnologie digitali, come le piattaforme di e-learning e l’intelligenza artificiale, supportano percorsi personalizzati e flessibili. Dunque, non rappresentano solo una competenza da aggiungere ma uno strumento di apprendimento che assiste il lavoratore nell’acquisizione di ulteriori skill (es. green o specialistiche, alle quali si faceva prima riferimento).
Reskilling, che cos’è e come attuarlo
Il reskilling è il processo di riqualificazione professionale che permette ai dipendenti di acquisire nuove competenze per svolgere ruoli differenti rispetto a quelli attuali. È particolarmente utile in contesti di trasformazione digitale o riorganizzazione aziendale, quando alcune mansioni diventano obsolete e nuove figure professionali emergono.
A differenza dell’upskilling, che migliora le competenze all’interno del medesimo ruolo, il reskilling comporta un vero e proprio cambiamento di percorso, preparando le persone a nuove funzioni.
Per attuarlo in azienda, è fondamentale partire da un’analisi dei fabbisogni: identificare i ruoli in trasformazione, mappare le competenze attuali e progettare percorsi formativi mirati. Questi possono includere corsi, formazione pratica, job rotation o affiancamento.
Il reskilling non solo favorisce l’adattabilità interna, ma riduce i costi di assunzione esterna e rafforza la motivazione, valorizzando il potenziale delle risorse già presenti in azienda.
Competenze, le politiche UE e il rapporto Draghi
Secondo il rapporto redatto dall’ex presidente del consiglio italiano, il gap crescente di competenze, che ha già frenato la competitività europea ma che rischia di farlo ancora di più proprio all’inizio di un processo di trasformazione epocale verso il quale stiamo andando, si deve principalmente a cinque cause: le performance via via peggiori dei sistemi educativi, una popolazione attiva in età da lavoro in diminuzione, un limitato apprendimento in età adulta, una bassa mobilità del lavoro e condizioni di lavoro inadeguate.
A finire nel mirino di Draghi non sono solo le tante criticità attuali e future sul fronte delle skill ma anche le stesse politiche che l’UE ha finora messo in campo. Non è un problema di soldi (o quantomeno non è questo lo scoglio principale). Nel suo bilancio pluriennale 2021-2027 (che come sappiamo non va oltre poco più dell’l’1% circa del PIL europeo), l’UE ha messo in campo ben 64 miliardi di euro, principalmente attraverso i programmi Fondo Sociale Europeo+ e Erasmus+. A questi devono aggiungersi i 42 miliardi di euro stanziati attraverso i Piani di ripresa e resilienza, di cui ricordiamo il nostro Paese essere il principale beneficiario.
In realtà, il problema principale sembrerebbe proprio la scarsa efficacia delle politiche. A fronte del 37% di adulti europei che svolgevano attività di formazione nel 2016 e di un obiettivo del 60% da raggiungere secondo l’Agenda europee delle competenze del 2020, ci troviamo quasi fermi al palo, con ben 50 milioni di lavoratori che non ricevono quanto sarebbe loro dovuto.
Alla base degli scarsi risultati finora conseguiti, ci sono senz’altro uno scarso controllo e verifica dei risultati degli interventi (di cui sono attuatori e dunque responsabili gli Stati membri e in alcuni Paesi i livelli sub-nazionali) e un coordinamento scarso o nullo tra Unione europea e Stati membri, tra questi ultimi e infine tra pubblico e privato (quest’ultimo link è senz’altro decisivo, tra l’altro, a raggiungere la vastissima platea di piccole e micro imprese, che rappresenta il principale, anche se non l’unico, buco nero dell’attuale sistema di formazione).
Che cos’è l’Unione delle competenze
Con l’Unione delle competenze, l’Europa si impegna a raggiungere obiettivi specifici che aiuteranno la competitività del blocco: facilitare il reclutamento per le imprese in tutta l’UE, innalzare il livello delle competenze di base e avanzate, supportare programmi di riqualificazione e attrarre e (soprattutto) trattenere i migliori talenti in Europa.
L’Unione delle Competenze si basa su quattro pilastri, dotati di azioni e relativi schemi o piani strategici, già lanciati o che verranno attuati con gli Stati membri nel prossimo futuro: costruire competenze per la vita e un lavoro di qualità; aggiornamento e riqualificazione continui; facilitare la libera circolazione dei lavoratori; attrarre, sviluppare e trattenere talenti.
Tra le principali novità, oltre al Piano d’azione sulle competenze di base e al Piano strategico per l’istruzione STEM, che approfondiremo tra breve, si prevedono nel prossimo futuro una nuova strategia per l’istruzione e la formazione professionale (VET) per rendere l’istruzione e la formazione professionale più attraenti, innovative e inclusive, un Patto rafforzato per le competenze per aumentare il numero di lavoratori riqualificati nei settori strategici, un progetto pilota chiamato Garanzia delle competenze per offrire ai lavoratori a rischio disoccupazione l’opportunità di acquisire nuove competenze, un’iniziativa per la Portabilità delle competenze per facilitare la mobilità dei lavoratori, insieme alla creazione di un nuovo diploma europeo comune per facilitare programmi di studio congiunti e un nuovo diploma europeo VET (vocational education and training). Saranno inoltre potenziate le Alleanze delle università europee e si proverà a rendere il programma Erasmus+ più inclusivo e accessibile. Per migliorare la mobilità di studenti e insegnanti nelle scuole, verranno sviluppate le Alleanze delle Scuole Europee.
Attrazione e sviluppo di talenti in Europa
Sul fronte dell’attrazione e sviluppo di talenti, verrà istituito un Pool dei Talenti dell’UE per facilitare il reclutamento mirato di professionisti qualificati provenienti da paesi extra-UE e affrontare carenze critiche. Verrà inoltre presentata una Strategia sui visti per attrarre i migliori studenti e ricercatori da paesi extra-UE e, infine, per offrire condizioni di lavoro competitive e attrarre i migliori talenti in Europa, verrà lanciata l’iniziativa Choose Europe, nell’ambito delle Azioni Marie Skłodowska-Curie.
L’aspetto forse più interessante è che si intende guidare questo insieme di iniziative con un nuovo quadro di governance, imperniato su due elementi chiave.
In primo luogo, l’Unione delle competenze sarà supportata da un Osservatorio europeo sull’intelligenza delle competenze, che fornirà dati e analisi, e riunirà fornitori di istruzione e formazione, leader aziendali e partner sociali attraverso un Consiglio europeo di alto livello per le competenze.
Inoltre, nell’ambito del Semestre Europeo – il quadro annuale che coordina le politiche economiche e sociali dell’UE – la Commissione implementerà una nuova Raccomandazione sull’istruzione e le competenze, che fornirà orientamenti agli Stati membri e ai principali stakeholder.
Il Piano d’azione sulle competenze di base e e il Piano strategico per l’istruzione STEM
Il piano d’azione delinea l’approccio dell’Unione Europea per il potenziamento delle competenze educative fondamentali in tutte le fasi dell’apprendimento. Stabilisce iniziative a breve e medio termine, sia a livello dell’UE che degli Stati membri, per rafforzare le competenze in lettura, matematica, scienze, digitale e cittadinanza, promuovendo l’eccellenza educativa dall’infanzia all’età adulta.
Il piano si concentra sul migliorare l’insegnamento delle competenze di base, fornire un solido supporto agli educatori e creare ambienti di apprendimento favorevoli. Tra le sue priorità strategiche, possiamo citare quelle di promuovere pratiche educative innovative, sfruttare le opportunità della formazione digitale, dare maggiore rilievo alle competenze di base nella formazione professionale, ampliare le opportunità di apprendimento non formale per gli adulti, rendere l’insegnamento una professione più attraente.
Guardando al futuro, nel 2026 la Commissione Europea collaborerà con gli Stati membri per lanciare il Programma di supporto alle competenze di base, un’iniziativa mirata a colmare le lacune di apprendimento tra i bambini, con l’obiettivo di garantire che ogni studente raggiunga un livello adeguato di competenze di base entro la fine dell’istruzione obbligatoria. Inoltre, verranno introdotte misure complementari per supportare gli studenti, gli insegnanti e gli ambienti educativi al fine di rafforzare l’acquisizione delle competenze di base.
Passando al Piano strategico per l’istruzione STEM, il piano stabilisce tre priorità strategiche per il rafforzamento dell’educazione STEM e lo sviluppo della forza lavoro in questi settori: rafforzare la posizione dell’istruzione STEM nelle politiche UE, potenziare e diversificare il bacino di talenti STEM e infine rimuovere le barriere per le donne e promuovere l’innovazione.
Tra le iniziative previste, spiccano gli obiettivi proposti per il 2030, l’elaborazione di strumenti più avanzati di misurazione dei risultati e previsione dei bisogni per migliorare l’intelligenza delle competenze, la creazione di un diploma europeo in ingegneria, programmi pilota, chiamati Skill Foundries, per il mentoring di giovani imprenditori STEM, l’iniziativa “Girls go STEM”, con l’obiettivo di formare un milione di giovani donne entro il 2028, la condivisione di modelli di successo per favorire l’accesso delle donne agli apprendistati STEM e un programma di borse di studio per attrarre i migliori specialisti STEM a livello internazionale.
Unione delle competenze, gli obiettivi
Certamente, sono molti i buoni auspici e anche le idee espressi nella Comunicazione e nei Piani. Così come purtroppo i limiti di partenza, in particolare due. Alcuni dei fattori strutturali individuati dallo stesso rapporto Draghi sono difficilmente influenzabili dalle politiche pubbliche (pensiamo all’invecchiamento della popolazione). E inoltre queste ultime rientrano nelle aree di competenza nazionali (e in alcuni Paesi addirittura del livello subnazionale). Dunque l’unico vero strumento in mano alla Commissione sarebbe quello di monitorare e valutare il raggiungimento dei risultati e condizionare a risultati intermedi o finali il rilascio dei fondi europei. Un meccanismo simile a quello del Next Generation EU, come peraltro suggerito dallo stesso rapporto Draghi. Se ne dovrà discutere in vista del prossimo budget pluriennale, a valere dal 2028, anche se è facile prevedere le resistenze da parte degli Stati membri.
Inoltre, si sarebbero potuto forse sfruttare maggiormente le potenzialità del digitale, in particolare nella cooperazione internazionale intra-UE.
In ogni caso, nel menu di idee ce ne sono già molte. Come al solito la differenza la faranno i fondi a disposizione e la capacità di spenderli bene. Con quest’ultima che a sua volta dipenderà proprio dalle competenze messe in campo dalle amministrazioni pubbliche. Un ciclo che, a valle delle opportunità offerte dal PNRR e delle sue lezioni, ci auguriamo sia più virtuoso che in passato.
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