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Stamattina, la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, darà una prima risposta alle decisioni sui dazi comunicate ieri al mondo intero da Donald Trump nel giorno da lui definito della «liberazione». Disponiamo «di un piano solido», dice Bruxelles, con una risposta «robusta e calibrata», che richiederà tempo per essere messa in atto, tenuto conto dell’imprevedibilità del presidente Usa e dei continui cambiamenti di posizione.
Quello che è prevedibile è che «sarà negativo per tutti», ha spiegato la presidente della Bce, Christine Lagarde, che afferma di non aver mai pronunciato così tante volte il termine «incertezza». L’indice di incertezza della politica commerciale Usa, elaborato dagli economisti della Fed, non è mai stato così alto da 65 anni.
Gli scambi Usa-Ue non sono molto squilibrati se si calcolano beni e servizi (50 miliardi di attivo per la Ue). Gli europei hanno deciso di rispondere in due fasi: la prima il 12 aprile, già annunciata dopo l’aumento dei dazi su acciaio e alluminio del 12 marzo scorso, prevede una ritorsione per un valore di 26 miliardi (equivalente al valore dell’export europeo in questi due settori), mentre per fine aprile ci sarà una lista più lunga e precisa – siamo già a un centinaio di pagine – per ribattere all’attacco Usa di ieri.
Paradossalmente, è dagli Usa che sono venute le prime preoccupazioni. Il segretario di stato, Marco Rubio, ha detto ai Baltici che gli Usa vogliono continuare a partecipare ai mercati degli armamenti nella Ue, ormai spinta al riarmo. Rubio ha fatto valere che l’esclusione delle imprese statunitensi sarà considerata negativamente dall’amministrazione Trump. Rubio teme che la Ue ricorra all’Aci, gli strumenti “anti-coercizione”, approvati un po’ più di anno fa, concepiti per la Cina (dopo le minacce di Pechino alla Lituania) e finora mai utilizzati. Si tratta di regole di protezione contro la coercizione economica esercitata da paesi terzi, contro la Ue o uno dei 27 paesi membri.
È un po’ l’equivalente della Sezione 301 che Trump utilizza, o anche della Sezione 232 sulla sicurezza nazionale: per l’Aci, se un paese tenta di fare pressioni sulla Ue o uno stato membro perché faccia scelte particolari, applicando o minacciando misure che colpiscono il commercio o gli investimenti, sono possibili delle contromisure. Si tratta di restrizioni commerciali, anche di dazi, di interventi sulle licenze di esportazione, di restrizioni sul commercio di servizi e sull’accesso agli investimenti diretti o sui mercati pubblici europei. C’è un’altra arma: i 300 miliardi circa di risparmio Ue investiti nei titoli di stato Usa.
Il commissario al Commercio, Maros Sefcovic, venerdì incontra gli ambasciatori dei 27 e lunedì prossimo sarà a Lussemburgo con i ministri del Commercio, per una risposta «in tempi appropriati». Il viaggio a Washington di Sefcovic, la scorsa settimana, non ha dato nessun risultato e Ursula von der Leyen per il momento non è ancora stata ricevuta da Trump. La Casa bianca ignora la Ue, che è particolarmente invisa e nel mirino di tutti gli autocrati. Le relazioni tra l’Europa e Washington non sono rotte del tutto, ma invece di passare per Bruxelles – che gestisce il commercio della Ue – funzionano a livello di capitali. In particolare, con Parigi, Berlino e Roma, dove ognuno cerca comunque di salvare se stesso.
Oggi, in Spagna Pedro Sánchez riunisce i rappresentanti del settore agricolo e dell’auto. L’amministrazione Usa mira difatti a trattare con degli europei divisi, uno alla volta. Ursula von der Leyen ripete che la Ue ha «molti atù» se resta unita: può restringere l’accesso delle imprese Usa ai mercati Ue, imporre controlli supplementari sulla big tech, fino ad arrivare a frenare l’export in settori sensibili, come la chimica o i semiconduttori. Ma «fino a che non abbiamo una visione di insieme – ripetono a Bruxelles – non possiamo dire di più su un piano di azione» in risposta ai dazi. Già lo scorso mese, la Ue ha ritardato le riposte, sia all’aumento al 25% per acciaio e alluminio, sia alle minacce sulle auto. Incertezza fino all’ultimo, anche sulla tattica: una flat tax (tariffe “semplici” uguali per tutti e per tutte le merci), come difende Stephen Miran, presidente dei consiglieri economici della Casa Bianca, oppure dazi differenziati per ogni stato Ue, come favorisce il segretario al Tesoro, Scott Bessent?
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