Le difficoltà del Paese nell’attuazione del Pnrr

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FERMI A META’ Finora l’Italia ha utilizzato poco più del 50% dei 195 miliardi messi a disposizione dall’Europa, e 122 saranno comunque da restituire a rate

A volte il dibattito politico sembra quasi dimenticarsene – tranne che alle scadenze prefissate – ma la principale sfida economica per il nostro Paese resta l’attuazione del Pnrr, quel Piano nazionale di ripresa e resilienza che a fine percorso avrà portato in Italia circa 195 miliardi, tra oltre 122 miliardi di prestiti a tassi vantaggiosi (ma ovviamente da restituire) e quasi 72 miliardi di sovvenzioni. Sempre che tutto cammini in orario e senza intoppi.I tempi ormai stringono, il processo di attuazione deve concludersi entro il 30 giugno 2026, vale a dire tra poco più di un anno. In occasione dell’ultima relazione appena presentata in Parlamento, il governo ha rivendicato orgogliosamente “il primato europeo dell’Italia nella sua realizzazione, per numero di obiettivi conseguiti, per risorse complessive ricevute e per numero di richieste di pagamento formalizzate e incassate”. Certo, andrebbe ricordato che tutto questo è strettamente collegato al fatto che il nostro Paese è di gran lunga il maggior beneficiario del Piano e quindi i numeri sono in partenza nettamente superiori. Ma non è questo il punto, quanto piuttosto la constatazione che se il 92% dei progetti è stato attivato, dei fondi ricevuti finora è stata spesa poco più della metà.

E non si tratta di lacune marginali, in quanto la Corte dei conti ha puntualizzato che le maggiori criticità riguardano istruzione, inclusione e salute. Nella relazione sullo stato di attuazione del Piano, i giudici contabili hanno comunque rilevato che il raggiungimento degli obiettivi è “in linea con le previsioni”, come risultano oggi dalle diverse rimodulazioni richieste dall’Italia. Dunque tutto si gioca di qui al giugno 2026.

Le opposizioni accusano il governo di scarsa trasparenza, ma anche a recepire i conti dell’esecutivo nei prossimi quindici mesi dovranno essere spese alcune decine di miliardi e il nostro Paese ha una tradizione tutt’altro che brillante nella capacità di impiego dei fondi europei. Non a caso anche all’interno della maggioranza c’è chi più o meno informalmente punta a ottenere un rinvio della scadenza, eventualità che a livello europeo si presenta a dir poco ardua, anche se i sommovimenti internazionali in corso sono di tale portata da rendere difficile ogni pronostico. Lo sforzo da compiere per completare l’attuazione del Piano (e di quello complementare autofinanziato, il Pnc) entro la scadenza del giugno 2026 sarà imponente e coinvolgerà non solo le amministrazioni centrali ma anche gli enti locali, soprattutto i Comuni. Per questo sarebbe quanto mai opportuna, se non necessaria, una convergenza politica trasversale che invece non si intravede all’orizzonte.

E sì che il Pnrr nasce proprio come un’impresa bipartisan destinata a travalicare i confini delle legislature e delle maggioranze. Dal secondo governo Conte al governo Draghi fino all’attuale, tre sono gli esecutivi che hanno messo mano al Piano. Ma purtroppo siamo riusciti a trasformare in una guerra ideologica anche la pagina eroica della mobilitazione contro la pandemia. E il Piano che di quella mobilitazione è il figlio non fa eccezione.

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