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UNIMI Innova è l’hub dell’innovazione dell’Università degli Studi di Milano che supporta la diffusione della cultura e dei risultati della ricerca scientifica fuori dal mondo accademico
Accanto alle due principali funzioni dell’università, ricerca scientifica e formazione, c’è una terza missione, altrettanto importante, che consiste nel diffondere cultura, conoscenze e trasferire i risultati della ricerca al di fuori del contesto accademico. Alla Statale di Milano, per sostenere questa attività è stata creata UNIMI Innova, inserita in una rete di attività e servizi organizzati dalla Direzione innovazione e valorizzazione delle conoscenze e da Fondazione UNIMI.
Un sistema di recente costituzione, ma già particolarmente attivo e in grado di generare impatto positivo sul territorio. Con Roberto Tiezzi, dirigente responsabile della direzione innovazione e valorizzazione delle conoscenze, cerchiamo di capire come opera e quali risultati ha raggiunto fino ad ora.
Roberto Tiezzi, come è nato questo sistema di supporto all’innovazione?
«Il sistema dell’innovazione della Statale di Milano ha mosso i primi passi sotto il rettorato Franzini, a partire dalla fine 2019, con una direzione d’ateneo dedicata alle attività di terza missione, dal trasferimento tecnologico all’innovazione sociale e disseminazione delle conoscenze, che ha portato poi a un’integrazione delle attività tra il settore dedicato al technology transfer interno all’Ateneo con le attività di Fondazione UNIMI, braccio operativo dell’Ateneo per le relazioni con il mondo corporate e gli investitori.
Ai servizi dedicati al supporto dei ricercatori nell’individuare i risultati di ricerca con un potenziale di applicabilità a livello industriale, abbiamo affiancato un vero e proprio programma di scouting e di accelerazione dell’innovazione: Seed for Innovation, giunto alla quarta edizione. Questo programma stimola i ricercatori a proporre idee innovative che prefigurino uno sviluppo di natura industriale e commerciale, favorendo la nascita di start up innovative.
Nel costruire questo programma abbiamo coinvolto competenze esterne, dal mondo corporate a quello degli investitori, in particolare operatori di venture capital, nonché partner di rilievo del mondo dell’innovazione. Dunque, il programma da un lato funziona da stimolo interno e dall’altro permette di aprirsi al mondo esterno. Da qui l’idea di creare un canale di promozione delle iniziative che scaturivano dalsistema di innovazione della Statale di Milano, che abbiamo chiamato UNIMI Innova».
Dopo quasi cinque anni di attività, che bilancio potete trarre?
«Uno dei primi obiettivi era coinvolgere maggiormente la comunità di ricerca interna, composta da quasi 4mila ricercatori. Quando siamo partiti, in un anno, ricevevamo intorno alle 30, massimo 40 richieste di supporto per il trasferimento tecnologico; oggi, grazie a programmi come Seed for Innovation sono salite a quasi 100 proposte l’anno.
Un altro indicatore importante è rappresentato dall’attività brevettuale: abbiamo quasi raddoppiato il numero di brevetti depositati annualmente. Si tratta di un trend che la Statale è andata confermando negli anni, tanto è vero che proprio un recente studio dell’European Patent Office ha certificato che la Statale è il secondo Ateneo in Italia, subito dietro al Politecnico di Milano, per il deposito di brevetti a livello europeo».
E per quanto riguarda il tema delle risorse?
«Si tratta di altro indicatore fondamentale. Il processo di innovazione è un processo lungo: normalmente dallo sviluppo dell’invenzione alla sua applicazione e industrializzazione passa un certo numero di anni. Nelle fasi iniziali, quelle che copriamo come Ateneo, è fondamentale attrarre quegli investimenti che servono a portare in applicazione le idee.
Quindi uno delle fonti di finanziamento più importanti nel nostro settore è sicuramente la relazione con il venture capital. Negli ultimi due anni la Statale di Milano ha attratto risorse da venture capital per quasi tre milioni, che è un obiettivo importante per un’università».
Questo modello potrebbe essere scalabile a livello nazionale?
«Da anni si discute dell’inadeguatezza del tech transfer italiano rispetto ad altri paesi e il tema è molto dibattuto. C’è chi ritiene che sarebbe necessario creare degli intermediari o dei provider di servizi a favore delle università che mettessero in connessione l’università con il mercato.
Dall’esperienza fatta in Statale, credo che non esista una soluzione unica: l’innovazione è un processo complesso, che coinvolge attori diversi in fasi diverse. Le università devono investire direttamente nella creazione di strutture e servizi specializzati, radicati nelle comunità di ricerca, e sviluppare incentivi finanziari per la prima validazione delle idee. In questo modo gli Atenei si posizionano sulla prima fase, sul primo anello della catena del valore.
Tuttavia, l’apertura verso il mondo esterno è fondamentale: fin dalle prime fasi, servono relazioni con il mondo industriale e gli investitori per orientare la ricerca verso soluzioni concrete. Diventano quindi importanti i finanziamenti di venture capital, l’attivazione di progetti di co-sviluppo con aziende, il supporto di mentor esperti, che aiutano i ricercatori a strutturare le loro idee e attrarre investimenti. Solo creando una filiera di valore ben integrata si può superare il divario che il nostro Paese ancora sconta nel settore dell’innovazione».
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