I dazi di Trump rischiano di colpire anche la sanità

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Come stiamo osservando da alcune settimane, il presidente Trump, come promesso in campagna elettorale, sta programmando dazi al fine di ristabilire la produzione interna, stimolando il trasferimento delle attività produttive sul proprio territorio nazionale. La Cina risponde. L’Europa risponde. E questo susseguirsi di tensioni commerciali ne moltiplica l’effetto, con il risultato che sarà inevitabile un aumento dei costi del prodotto. Non ci sono ancora dazi specifici sulla farmaceutica e su tutti i dispositivi medici, ma le annunciate tariffe aumentate sui beni importati colpiranno prima o poi la spesa sanitaria. È verosimile che alcune aziende trasferiranno parte delle attività produttive, almeno le farmaceutiche, che già operano negli Stati Uniti, mitigandone gli effetti.

Molto più imprevedibile sarà il costo dei prodotti medicali, soprattutto quelli a più elevata tecnologia. I dazi già introdotti su alcune materie prime porteranno ad un aumento degli strumenti che li contengono, fosse anche una semplice pinza in acciaio. Pensiamo ad uno strumento molto più tecnologico, ad esempio un robot chirurgico o qualcosa di altamente tecnologico, costoso ed infungibile. Il prodotto finale, assemblato e made in Usa, potrebbe avere componenti provenienti da altri paesi. Alluminio dall’Europa, acciaio dal Canada, un microchip dalla Cina, o un software dall’Europa e via dicendo. Un puzzle di dazi con un effetto a cascata sul costo di produzione ancora prima dell’esportazione. Se, come contromisura, l’Europa applicherà dazi sull’importazione di quel prodotto, il costo finale conterrà i dazi Usa sui fornitori ed i dazi europei sugli Usa: un effetto domino. Sui dispositivi sanitari, indipendentemente dai dazi, la domanda è destinata a rimanere stabile, per alcuni a salire, improbabile una riduzione. Né è pensabile tornare indietro con la tecnologia ottenuta oggi e i successi in medicina. Per alcuni dispositivi sostituibili crolleranno le importazioni dagli Usa. Ci sono poi dei prodotti unici, senza alternative, vincolati da brevetti. Verosimile, dunque, che per molti aumenteranno i costi di produzione e, nel caso di dazi europei, ulteriori costi all’importazione che saranno inevitabilmente trasferiti ai consumatori, gli ospedali nel nostro caso. Un aumento oggi difficile da stimare, ma esiste il rischio di una possibile riduzione degli acquisti delle tecnologie avanzate e non solo con le ovvie conseguenze sulla quotidianità delle nostre cure. Sicuramente in prima istanza è utile non entrare nella spirale delle contromisure o dazi di rappresaglia che potrebbero essere ancor più dannosi nella fase iniziale di questa introduzione di nuove tariffe. Non sappiamo ancora su quali prodotti verranno applicate, il loro effetto a cascata sulla catena di produzione, le modalità nell’arco dei prossimi mesi o la durata. La ricerca di alternative europee o asiatiche potrebbe portare i produttori a ridurre i margini di profitto per rimanere competitivi. Inevitabile, poi, la valorizzazione e l’incoraggiamento della produzione nazionale, inclusi sviluppo e ricerca (anche attraverso le eccellenti ed innovative start-up e piccole e medie imprese), cercando alternative diversificate di approvvigionamento.

Vi è poi un peso dell’Italia e di altri Paesi europei sulla produzione del materiale sanitario: competitivo, tecnologico, di eccellenza. Questo fattore garantisce un equilibrio tale che, una bilateralità di dazi non creerebbe vincitori commerciali.

*ex viceministro e direttore dell’Unità di Chirurgia Colorettale dell’Irccs Ospedale San Raffaele di Milano



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