Da fabbriche d’auto a industrie belliche, Meloni accelera sul progetto segreto

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di
Francesco Verderami

Il modello tedesco «per non perdere la filiera»

La crisi geopolitica e quella dell’automotive potrebbero trasformare l’auto in un cingolato. Gli eventi hanno spinto il governo a studiare un piano per agevolare la conversione di una parte almeno delle aziende italiane dal settore automobilistico alla componentistica bellica. È un progetto maturato da Meloni e che coinvolge i ministri dell’Economia, delle Imprese e della Difesa. È la presa d’atto di un cambiamento epocale sotto il profilo economico e internazionale. È un dossier aperto da tempo e che subisce adesso un’accelerazione. Ce n’era già traccia nei colloqui riservati tenuti a Palazzo Chigi sul «caso Stellantis».

La premier parte dalla constatazione che «l’auto non fa più status», che la vendita di veicoli «è destinata a diminuire progressivamente dappertutto», che le aziende nazionali impegnate nel settore e legate alle forniture delle industrie tedesche sono «in sofferenza», e che questo pone «nel medio periodo un serio problema sulla tenuta dell’occupazione». Perciò, se «il nostro obiettivo è tentare di mettere in sicurezza i lavoratori» e «la Germania sta riconvertendo in armamenti», preparandosi a spendere duecento miliardi, l’Italia deve adeguarsi per «non perdere la filiera». Perciò il governo deve immaginare come aiutare il passaggio al comparto bellico.




















































Sia chiaro non si tratta di un cambiamento a breve, perché l’orizzonte è «traguardato» a dieci anni, ma è certo che l’esecutivo sia impegnato a trovare soluzioni. Giorgetti, per esempio, ha già messo all’opera il suo dicastero. Magari frena quando gli chiedono di alzare l’impegno dell’Italia nel settore della Difesa al 2,5% del Pil, perché senza bond europei si produrrebbe un cambio di traiettoria del debito pubblico nazionale, che innescherebbe la reazione dei mercati. Ma sul processo di trasformazione dall’automotive alla componentistica militare concorda.

In ogni caso è un passaggio delicato anche per altri motivi. Ne scrisse Dario Di Vico sul Corriere un anno fa, quando — parlando delle difficoltà logistiche per la conversione industriale — accennò al problema di un «salto culturale». La premier è consapevole di quanto sia «politicamente sensibile» questo tema in un Paese dove manca «la cultura della difesa», più volte evocata dal ministro Crosetto e prima ancora dal suo predecessore Guerini. Ma il combinato disposto delle due crisi impone delle scelte. E il forzista Mulè, che è stato sottosegretario di Guerini ai tempi del governo Draghi, spiega sotto il profilo tecnico che «questa sorta di Piano 6.0 può essere già avviato dalle Regioni con programmi di formazione per il personale che sono finanziati dai fondi europei». Ovviamente andrebbero poi affrontati i nodi della digitalizzazione delle imprese e della conversione delle linee di produzione.

«Ma il progetto si può fare», dice Calenda, che è stato il padre del piano Industria 4.0: «Certo non è facilissimo e presuppone una scala più ridotta rispetto alle grandi aziende. Il punto però è un altro. La Germania si sta già muovendo e ritiene di attrezzarsi nel giro di un anno. E l’Italia? A fronte dei loro duecento miliardi, quanti ne investirebbe?». Si vedrà. Il lavoro del governo è alla fase iniziale, mentre a livello industriale la mutazione è in atto. Oltre alla joint venture multimilionaria di Leonardo con il colosso tedesco Rheinmetall per la produzione di mezzi corazzati, e all’attività di Iveco Defense, fonti autorevoli raccontano che persino Ferrari starebbe valutando collaborazioni con aziende del settore militare.

Immaginare un’auto trasformata in un cingolato avrebbe un effetto straniante sull’opinione pubblica. Mentre sul fronte strettamente economico avrebbe un impatto positivo. Uno studio reperibile nei documenti del Senato dimostra che «per ogni euro di valore aggiunto creato dal settore Difesa, si generano un euro e sessanta centesimi addizionali di valore aggiunto sull’economia: il 71% in più rispetto alla media nazionale». Oltre i numeri però c’è la politica. E Meloni sa di doverla mettere nel conto.

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28 febbraio 2025 ( modifica il 28 febbraio 2025 | 23:08)



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