Processo Bio-on, i giudici: «Da Astorri piano criminoso. Mercato manipolato per fare alzare il titolo». Lui: «L’Italia non è un Paese per start-up»

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di
Marco Madonia

Bologna, le motivazioni della sentenza di condanna degli otto imputati (​tra cui l’ex presidente Marco Astorri e il suo vice Guido Cicognani) per il crac della start-up: «Falsi in bilancio per ottenere fiducia dalle banche»

«È riconosciuta in favore degli imputati l’iniziale genuina fiducia nelle potenzialità di un progetto di ricerca ed imprenditoriale ispirato agli obiettivi di utilità sociale e tutela dell’ambiente». Salvare il pianeta dalla plastica, riconosce il Tribunale, era obiettivo degno di merito. Ma Bio-on non c’è nemmeno andata vicina. Ecco cosa resta alla fine del processo di primo grado sul crac della start-up arrivata a valere 1,3 miliardi in Borsa prima di fallire a seguito del report del fondo ribassista Qcm e dell’inchiesta della Procura di Bologna. Il crac della società, secondo il presidente del Tribunale collegiale di Bologna Domenico Pasquariello, non è imputabile all’azione del fondo di Gabriele Grego, ma semmai a una gestione totalmente dissennata della società, come del resto avevano affermato i curatori fallimentari. Un’azienda che pubblicava bilanci milionari sempre in utile, annunciava collaborazioni ai massimi livelli e inaugurava uno stabilimento con la bandiera tricolore, in realtà truccava i bilanci, non riusciva a produrre, non faceva ricavi, accumulava debiti per centinaia di milioni e manipolava il mercato per fare alzare il titolo in Borsa.
È raccontato tutto nelle 500 pagine di motivazioni della sentenza che lo scorso novembre ha visto la condanna di otto imputati, tra questi l’ex presidente Marco Astorri e il suo vice Guido Cicognani (5 anni e 2 mesi): entrambi sono stati condannati per manipolazione del mercato, falso in bilancio e bancarotta.

Le modalità del «piano criminoso»

Le condanne, scrive il collegio, sono motivate «dalla pluralità di reati societari commessi dagli imputati e causali rispetto al dissesto; dalla gravità e dalla diffusività del danno patrimoniale cagionato; dalle modalità particolarmente insidiose del piano criminoso disegnato da due soci amministratori con il coinvolgimento degli organi di controllo attraverso la sistematica elaborazione e comunicazione al pubblico di informazioni menzognere che, confermandosi l’una con l’altra, non sono state per lungo tempo riconosciute; dall’intensità del dolo, evidenziata dalla notevole consistenza dei falsi ricavi iscritti in bilancio, dalla estenuante persistenza del ricorso all’indebitamento pur a fronte dell’evidente irreversibilità dello squilibrio finanziario, dai profitti realizzati dagli imputati mentre le garanzie dei creditori si assottigliavano in conseguenza delle loro condotte». Gli accertati delitti di false comunicazioni sociali, scrive il Tribunale, «sono causali rispetto al dissesto della società. I falsi bilanci hanno consentito a Bio-on di guadagnare la fiducia di istituti di credito e fornitori, ottenendo finanziamenti e stratificando nel tempo un imponente indebitamento, anche a breve termine, che la società, in assenza di flussi finanziari in entrata, si è dimostrata incapace di pagare».




















































Condotte finalizzate al «rialzo del titolo»

Per i giudici «è accertato infatti che i componenti del cda di Bio-on abbiano deliberato l’approvazione dei bilanci dal 2015 al 2018 nella consapevolezza della non corrispondenza al vero dei fatti economici, finanziari e patrimoniali in essi rappresentati, figurandosi l’idoneità concretamente decettiva dei bilanci nei confronti di soci e investitori, ed agendo con fine di profitto per sé o per altri». In particolare, rileva il collegio, le risultanze del dibattimento «hanno evidenziato come le condotte di manipolazione di mercato commesse dai componenti del consiglio d’amministrazione di Bio-on siano state finalizzate a conseguire un rialzo del titolo nel mercato azionario, o comunque a sostenerne nel tempo il valore. Il fine degli imputati, per quanto visto, era il perseguimento dell’interesse economico personale dei soci-amministratori, veicolato attraverso il perseguimento degli interessi economici della società».

Le difese preparano l’appello

L’Italia non è un paese per le startup, commenta Astorri: «Ho totale fiducia nel mio team legale e nella magistratura, e sono certo che in appello potremo dimostrare l’assoluta correttezza del nostro operato — continua — La verità è che l’Italia non è un paese ospitale per le start-up, ma sono certo che, anche grazie al nostro caso, la legislazione e la giurisprudenza italiane si allineeranno agli standard internazionali». Le difese si preparano all’appello. «Come ci aspettavamo, è una sentenza ampia e complessa, che non si presta a letture semplicistiche. Emerge però chiaramente che non è la qualità tecnologica di Bio-on la ragione di condanna: oggetto di contestazione è esclusivamente il criterio di contabilizzazione in bilancio dei ricavi dal trasferimento a terzi (mediante licenza) della tecnologia stessa». ha detto l’avvocato Tommaso Guerini, legale di Astorri. «È questione estremamente tecnica e le valutazioni del Tribunale, invero diverse dal parere di tutti i consulenti tecnici sentiti nel processo, saranno nuovamente discusse in appello. La storia non è finita», ha concluso Guerini.

22 febbraio 2025



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